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Cos’è successo?

Il 41bis, comunemente chiamato carcere duro, è parte della Legge della Repubblica Italiana n° 354/75. La disposizione venne introdotta dalla cosiddetta legge Gozzini, che modificò la legge 26 luglio 1975, n. 354, relativa all’ordinamento penitenziario italiano. Essa era in origine applicabile solo a casi di emergenza interni alle carceri, secondo il testo: “In casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, il Ministro della giustizia ha facoltà di sospendere nell’istituto interessato o in parte di esso l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La sospensione deve essere motivata dalla necessità di ripristinare l’ordine e la sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del fine suddetto”.

In seguito, dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, all’articolo si aggiunse un secondo comma disposto con il decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti), convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356. Con la nuova disposizione, in presenza di “gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica”, si consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere le garanzie e gli istituti dell’ordinamento penitenziario, per applicare “le restrizioni necessarie” nei confronti dei detenuti per mafia, con l’obiettivo di impedire il passaggio di ordini e comunicazioni tra i criminali in carcere e le loro organizzazioni sul territorio.

A seguito di tale spiegazione, è facile intuire perché venga definito carcere duro. Eppure, non è passato molto da quando la Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza del 13 giugno 2019. Con tale decisione, che riguardava il caso del boss di ‘ndrangheta Marcello Viola, i giudici di Strasburgo hanno stabilito a maggioranza, soltanto un giudice era contrario, che la condanna al carcere a vita “irriducibile” inflitta al ricorrente, viola l’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti umani. Si tratta di una sentenza che fa ancora discutere… basti pensare che nella stessa situazione del Viola ci sono centinaia di boss della criminalità organizzata. Ognuno di loro condannato per strage, terrorismo, senza aver mai collaborato con i magistrati e la giustizia.

 Ci si chiede, da un po’ di tempo, cosa sia successo negli ultimi mesi? Cosa è successo a Strasburgo? Perché si è giunti ad una tale decisione? Possibile che si metta in discussione ciò che è stato conquistato col versare di tanto sangue innocente? Una sentenza che fa tornare l’Italia indietro di 30 – 40 anni. Il carcere duro è da considerare come una misura preventiva. Ricordiamolo: ha l’obiettivo di impedire determinate comunicazioni tra i mafiosi detenuti e coloro che sono all’esterno. Come è possibile che uno degli strumenti più efficaci di contrasto alla mafia venga considerato come una violazione dell’art. 3 della CEDU?

Come non accadeva da tempo, forse, tale sentenza ha posto sia i politici italiani che i magistrati dalla stessa parte. La maggior parte ha dichiarato la propria preoccupazione. Il giudice Nino Di Matteo ha dichiarato che chi conosce storicamente Cosa Nostra sa che l’unica vera preoccupazione per i mafiosi stessi è proprio l’ergastolo, inteso come effettiva reclusione senza alcuna possibilità di ottenere dei benefici. Ricordiamo, inoltre, che l’eliminazione del 41bis era uno dei punti fondamentali del papello di richieste che Riina pretendeva dallo Stato per porre fine alla stagione stragista.

Una decisione che va ad influenzare anche la situazione di 957 persone che in Italia stanno scontando condanne all’ergastolo per reati di mafia e terrorismo.

Come se tutto ciò non bastasse la Consulta il 22 ottobre 2019 ha sposato in pieno la decisione di Strasburgo dichiarando l’ergastolo ostativo “incostituzionale”.

Ricordiamo le parole di Salvatore Borsellino, il quale ritiene che questa decisione è un regalo che neanche l’Italia aveva mai fatto alla mafia. La stessa Maria Falcone chiede di non vanificare la lotta alla mafia. Il punto è che l’Europa non ha leggi avanzate come quelle italiane su questo tema e legifera su cose che non conosce e su cui non ha abbastanza esperienza. Sarebbe anche tutto riconducibile alla questione giurisprudenziale della competenza penale diretta ed indiretta dell’Unione Europea in ambito penale.

Bisogna, inevitabilmente, intervenire.