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#eranosemi

ART 147 Codice Penale.

L’esecuzione di una pena può essere differita:

1.           1) se è presentata domanda di grazia, e l’esecuzione della pena non deve essere differita a norma dell’articolo precedente;

2.           2) se una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita contro chi si trova in condizioni di grave infermità fisica);

3.           3) se una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita nei confronti di madre di prole di età inferiore a tre anni.

Nel caso indicato nel numero 1, l’esecuzione della pena non può essere differita per un periodo superiore complessivamente a sei mesi, a decorrere dal giorno in cui la sentenza è divenuta irrevocabile, anche se la domanda di grazia è successivamente rinnovata.

Il provvedimento di cui al primo comma non può essere adottato o, se adottato, è revocato se sussiste il concreto pericolo della commissione di delitti.

Basterebbe questo riferimento all’art.147 per comprendere l’allarme sociale che ha destato quello che sta succedendo nell’ultimo periodo in Italia. I più pericolosi soggetti legati alla camorra, ’ndrangheta e mafia stanno lasciando le carceri cavalcando l’onda Coronavirus e le falle prodotte da accertamenti sanitari e dal Dap. Aggiungiamo anche le contestate decisioni da parte dei giudici di  sorveglianza di Sassari, sulla questione Zagaria e la questione di Bonura ed il quadro è completo. Durante la trasmissione del 26/04/2020, Massimo Giletti, il conduttore di Non è L’Arena , ha tuonato contro il via vai incredibile dalle mura carcerarie di questi detenuti in regime di carcere duro al 41 bis. Trattando il caso dei domiciliari concessi al boss Pasquale Zagaria, il conduttore ha cercato, di far venire alla luce le mancanze del sistema italiano, su una falla così grave, che potrebbe irrimediabilmente compromettere anni e anni di sforzi nella lotta alla criminalità organizzata.

Ma come si è giunti a tutto ciò?

Prima di ricostruire quindi la vicenda di Pasquale Zagaria, analizziamo in pochi passi com’è nato il 41bis e cosa prevede.

Introdotta nell’86 ma estesa nel 1992 dopo le stragi di mafia, questa forma di detenzione prevede restrizioni soprattutto per gli autori di reati di criminalità organizzata. Lo scopo è di evitare contatti con l’esterno e con l’associazione di cui il condannato fa parte

Con il termine “41 bis” si fa riferimento all’articolo previsto dall’ordinamento penitenziario italiano, comunemente noto come “carcere duro”. È una forma di detenzione particolarmente rigorosa, cui sono destinati in particolare gli autori di reati in materia di criminalità organizzata per impedirgli di rimanere in contatto con le associazioni di cui fanno parte. Ecco quando è nato e cosa prevede.

La storia

Il 41bis viene introdotto nel 1986 dalla cosiddetta “legge Gozzini”, dal nome del suo promotore. La norma introduce anche altre disposizioni in materia di carcerazione, tra cui i permessi premio, la detenzione domiciliare, l’affidamento ai servizi sociali e la semilibertà. Stando alla norma, il regime di 41bis riguarda inizialmente solo le situazioni di emergenza nelle carceri (ad esempio in caso di rivolte) e prevede la sospensione dell’applicazione “delle normali regole di trattamento dei detenuti”. Una sospensione “motivata dalla necessità” e nei limiti della “durata strettamente necessaria”. L’estensione del regime risale invece al 1992, dopo la strage di Capaci in cui perdono la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. Quell’anno, il decreto legge cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti viene approvato dal Consiglio dei Ministri ed estende l’articolo 41 bis (secondo comma), riservandolo ai detenuti di mafia o agli indagati-imputati di criminalità organizzata. Il decreto, che inizialmente suscita dubbi di costituzionalità, critiche e dibattiti, mira a impedire ai boss in stato di detenzione di avere contatti con la famiglia, continuando a comandare e impartire ordini. Un altro obiettivo è poi quello di spingere i mafiosi a collaborare, introducendo integrazioni alla legge sui collaboratori di giustizia. Inizialmente con carattere temporaneo, la norma diventa definitiva nel 2002, anno in cui il regime del carcere duro viene esteso anche ai condannati per terrorismo ed eversione e altri tipi di reato. Nel 2009, la legge “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” ha stabilito che il 41bis può durare quattro anni e le proroghe possono essere di due anni ciascuna. Ha inoltre deciso che i detenuti possono incontrare senza vetro divisore i parenti di primo grado inferiori a 12 anni di età. Infine, nel 2017, è stata emanata una circolare contenente dieci norme per regolare la vita dei detenuti al 41bis. Oltre ai rapporti dei detenuti con l’esterno e la socialità nel carcere, il provvedimento stabilisce le norme per l’aumento della riservatezza dei carcerati, il diritto ad avere libri e altro materiale per motivi di formazione e infine l’obbligo, per i direttori del carcere, di rispondere alle richieste dei condannati entro un tempo stabilito.

A chi è destinato

Lo scopo del 41 bis è quello di “impedire i collegamenti” tra i detenuti e le associazioni criminali di appartenenza, sia all’esterno che all’interno del carcere. Perché sia applicabile, dunque, è necessario che l’autorità giudiziaria verifichi la presenza di legami ancora esistenti con l’associazione. I destinatari del 41bis possono essere sia persone con condanne definitive, sia in attesa di giudizio ma il regime cade nel momento in cui decidono di collaborare con la giustizia. Oltre a colpevoli di reati mafiosi, di terrorismo ed eversione, possono essere messi al regime di carcere duro anche i colpevoli di riduzione in schiavitù e tratta di persone, prostituzione minorile, pedopornografia, violenza sessuale di gruppo, sequestro di persona per rapina o estorsione, associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi o al traffico di sostanze stupefacenti. Nella pratica però, il 41bis è un regime applicato quasi esclusivamente agli autori di reato di stampo mafioso. Il Rapporto sul regime detentivo speciale della Commissione parlamentare per la tutela e la promozione dei diritti umani dell’aprile 2016 mostra come oltre il 90% delle persone sottoposte al carcere duro siano imputati o condannati per il reato di associazione mafiosa.

Cosa prevede

Diverse misure sono applicabili a chi è sottoposto al 41 bis: l’isolamento (il detenuto ha una camera singola e non accede agli spazi comuni); l’ora d’aria limitata (solo due ore al giorno e sempre in isolamento) e la sorveglianza costante effettuata da un corpo speciale della polizia penitenziaria, che non ha contatti con gli altri poliziotti. Inoltre, i colloqui con famiglia e avvocati sono limitati: massimo uno al mese (nel 2013 però la Corte Costituzionale ha bocciato questa norma per quanto riguarda gli avvocati), senza contatto fisico (in presenza di un vetro divisorio) e con una durata ristretta. Solo chi non effettua colloqui, può essere autorizzato a chiamare una volta al mese per dieci minuti i familiari. Anche la posta è sottoposta a censura e gli oggetti che possono essere portati dall’esterno sono pochissimi. Inoltre, i “capi”, cioè i soggetti più potenti ed influenti all’interno del mondo mafioso detenuti in regime speciale vengono, spesso, collocati in apposite sezioni, cioè aree riservate, ulteriormente rinforzate. Qui può accadere che il boss venga affiancato a un soggetto, scelto tra i detenuti sottoposti al 41bis, per consentire la socialità tra i due.

Controversie

Il tema ha sollevato negli anni dibattiti e critiche, dividendo pubblico e giuristi tra favorevoli e contrari a questo regime. In particolare, alcuni ritengono che il carcere duro in particolari situazioni (come ad esempio un periodo prolungato anche per persone non ancora condannate), non sia costituzionale. Tra gli altri, anche Amnesty International ha definito il 41bis, in alcune circostanze, come “crudele, inumano e degradante”. Nonostante questo, fino ad ora, la Corte Costituzionale italiana e la Corte europea dei diritti dell’uomo non si sono mai espresse contro il provvedimento in sé, confermandone quindi la legittimità. Viceversa, in specifici casi, entrambe le Corti hanno verificato l’incompatibilità del regime con alcuni diritti umani: ad esempio, la Corte di Strasburgo ha stabilito che la detenzione negli ultimi mesi di vita di Bernardo Provenzano al 41bis sia stata un “trattamento inumano e degradante”. La Corte Costituzionale, invece, si è espressa in diverse sentenze contro la sostanziale assenza di attività rieducative, impossibili in un contesto di isolamento, quindi “contrario al senso di umanità”.

Quindi come abbiamo potuto notare per determinati tipi di reati, esistono determinati tipi di detenzioni con regimi di isolamento o meno. Riprendendo quindi quello che è l’articolo 147, alcuni detenuti destinatari di questa norma, sfruttando sia l’emergenza Coronavirus, sia alcune falle della legge stessa, hanno fatto richiesta di differenziazione della pena, ottenendola.

A seguito del terremoto di polemiche scatenato come sopracitato, il Sostituto Procuratore presso la Procura Generale di Napoli, Catello Maresca, ha sottolineato in più occasioni le carenze organizzative che hanno “costretto’ i giudici di sorveglianza a scarcerare alcuni boss di camorra e mafia, tra cui, appunto, Pasquale Zagaria. “Come mai Pasquale Zagaria non è stato trasferito in un altro carcere, a Viterbo, a Roma o a Pisa dove c’è un centro sanitario di eccellenza?” ha chiesto il magistrato Maresca a La7 da Giletti. Tutti interrogativi alla quale non si è mai avuto risposta.

Il pensiero del magistrato diventa ancora più interessante se si tiene in conto anche quanto riportatao sulle pagine del giornale “Il Foglio” dove Maresca, dapprima appunto dice: “Nel caso dell’associazione mafiosa, il trasferimento a casa comporta una serie di problemi pratici che fanno venir meno le garanzie di isolamento del 41bis, per esempio. Si materializza così un pericolo reale per la persona offesa e per la sua famiglia, nonché per chi ha collaborato con la giustizia. Arrestare e far condannare un mafioso comporta un gigantesco lavoro di persuasione sul territorio per convincere gli adepti a rompere il patto omertoso e affidarsi allo stato. Questa gente si fida dello stato se lo stato la tutela. Se le istituzioni mostrano cedimenti, la fiducia viene meno e il lavoro dell’autorità giudiziaria si complica”,e poi :” Il diritto alla salute non può essere sospeso. “E’ un diritto costituzionale che va garantito, esattamente come la certezza della pena. Questi due baluardi democratici devono marciare insieme.  Ciò che accade e indigna è una grave sconfitta per lo stato: se un boss viene scarcerato vuol dire che in questi anni non si sono realizzati gli interventi necessari per un carcere capace di fornire un’assistenza adeguata”. Il carcere è fuori dall’agenda politica. “Le rivolte dell’8 e 9 marzo hanno evidenziato la cattiva gestione amministrativa. Bisognava prevedere, sanificare, informare, invece nulla è stato fatto. Ogni anno le risorse destinate agli istituti penitenziari subiscono tagli, un tempo esistevano strutture sanitarie di prima accoglienza, adesso manca il personale per i reparti di infermeria”.

Da quanto riportato, quindi, si capisce come il Magistrato deve bilanciare dei diritti importanti come il diritto alla salute e alla tutela dei detenuti in carcere ed il rispetto della pena da scontare.

Il dr.Maresca infine auspica un intervento tempestivo dello Stato affinché si ponga un freno a queste scarcerazioni.

Poiché giorni dopo che è stato sollevato questo polverone, si dimettono sia il capo del DAP Basentini, sia il suo vice, ed il Ministro Bonafede ha approvato un intervento correttivo affinché si fermino queste scarcerazioni. Il provvedimento prevede una serie di punti importanti. Come riportato da “Repubblica” il 29 Aprile è stato approvato il testo del decreto legge “Bonafede”.

Le principali novità dell’intervento in cinque articoli sono:

Per la concessione di permessi, domiciliari, scarcerazioni, i magistrati di sorveglianza, sia per i delitti più gravi, sia per i detenuti che si trovano ristretti al 41-bis, il carcere duro per i mafiosi, dovranno obbligatoriamente chiedere il via libera ai magistrati della procura della città dove è stata emessa la sentenza. In particolare per quelli al 41-bis sarà necessario anche il parere della Procura Nazionale Antimafia.

Vengono dati quindi 30 giorni alla procura nazionale antimafia per dare una risposta sulla licenza di concedere benefici.

Da più parti quello di Bonafede viene considerato una sorta di commissariamento dell’attuale capo del Dap Francesco Basentini che, dalle rivolte in poi, avrebbe scontentato il Guardasigilli per le sue decisione e i suoi interventi.

Dopo la nomina a vicedirettore del dr.Tartaglia il 29/04/2020,è stato nominato direttore del DAP, Dino Petralia, già magistrato antimafia in Calabria e Sicilia.

Arrivati a questo punto credo sia doveroso augurarci che questo tipo di episodi non accadano più e che per determinati tipi di detenuti si rispettino tutti i controlli e  nel rispetto dei diritti, affinchè possano scontare tranquillamente in cella la loro pena.

Caso Zagaria

I magistrati antimafia in rivolta contro le scarcerazioni dei boss. Il capo della procura nazionale antimafia Cafiero De Raho, Gian Carlo Caselli, Nino Di Matteo, Nicola Gratteri, Sebastiano Ardita, Catello Maresca, solo per citare le toghe più scatenate contro uno Stato che avrebbe abbassato la guardia contro la criminalità dimenticando le vite umane perse nelle stragi e i sacrifici fatti per assicurare i responsabili alla giustizia.

La questione è un tema di primo piano, alla luce della scarcerazione del boss mafioso Pasquale Zagaria per motivi di salute legati al coronavirus. Una disposizione del Tribunale di Sorveglianza di Sassari.

Il boss, spiega il Magistrato nel provvedimento, ha avuto un tumore e avrebbe dovuto sottoporsi al follow-up diagnostico e terapeutico. Solo che l’ospedale più vicino al penitenziario di Sassari, dove è detenuto al 41bis, è diventato un centro Covid. In più la sua patologia lo espone maggiormente al rischio infezione. Il giudice afferma di aver chiesto al Dap se fosse possibile individuare un’altra struttura, non è pervenuta alcuna risposta. Il Dipartimento smentisce confermando un costante aggiornamento via mail con i magistrati.

Così, a causa dell’emergenza coronavirus, la mente economica del clan dei Casalesi torna dalla sua famiglia. Il tribunale di Sassari ha concesso gli arresti domiciliari a Pasquale Zagaria, fratello di Michele, uno dei capi del clan. Li sconterà a casa della moglie, a Pontevico, in provincia di Brescia, una delle zone più colpite dall’epidemia. È lì che Zagaria potrà andare a curarsi, proteggendosi dal contagio. Almeno per i prossimi cinque mesi, fino al 22 settembre, visto che il beneficio degli arresti casalinghi è stato concesso a tempo. “Appare decisivo, infatti, sapere gli esiti degli approfondimenti diagnostici per capire l’evoluzione della patologia e le possibili cure”, scrive il giudice Riccardo De Vito, in un provvedimento lungo otto pagine, molto dettagliato. A uscire dal carcere non è un detenuto qualunque ma un boss importante, detenuto in regime di 41bis, il carcere duro. La scarcerazione sarà oggetto di approfondimento da parte del ministero della Giustizia.

La polemica nasce attorno la figura di Pasquale Zagaria, detto Bin Laden. Per gli inquirenti è la mente economica dei Casalesi, l’uomo che nei primi anni 2000 trasferì il centro finanziario del clan a Parma, dopo aver rilevato la società del suocero. È in questo modo che il feroce clan di Casal di Principe riuscì a infiltrarsi in una serie di appalti pubblici miliardari. Condannato più volte, Zagaria è in carcere dal 2007 e avrebbe dovuto rimanerci fino al 2027, ma lo scorso anno ha ottenuto uno sconto di 210 giorni, perché durante la detenzione in alcuni penitenziari (diversi da quello sardo) ha subito un “trattamento inumano e degradante”. Il suo fine pena è attualmente fissato nel luglio del 2025, ma da questo termine deve essere detratta un’ulteriore porzione di pena, visto che nel marzo scorso la Cassazione gli ha riconosciuto il cosiddetto vincolo della continuazione, stabilendo in vent’anni il totale delle condanne da scontare.

In relazione alla pena residua da espiare, destinata a ridursi per entità, il detenuto ha avanzato istanza di differimento per motivi di grave infermità fisica, spiega il giudice all’inizio del suo provvedimento. L’iter va avanti da settimane: “Sono state necessarie, per acquisire tutti gli approfondimenti istruttori necessari, quattro udienze”, continua il magistrato di Sorveglianza. In seguito mette in ordine cronologico la situazione sanitaria del boss. Nel dicembre del 2019 Zagaria è stato operato di tumore. Al momento le sue condizioni non sono critiche, anzi il giudice riporta i passaggi delle relazioni sanitarie in cui si specifica che il casalese “non necessita di frequenti contatti con le strutture sanitarie del territorio ed è in grado di compiere in maniera autonoma gli atti quotidiani della vita “. Solo che nelle scorse settimane avrebbe dovuto eseguire il cosiddetto follow-up diagnostico e terapeutico, “per valutare l’efficacia della terapia” al quale è stato sottoposto. Qui sono iniziati i problemi. Siamo al 27 marzo e il giudice cita i documenti sanitari che spiegano come la clinica dell’Azienda ospedaliera di Sassari, dove cioè Zagaria avrebbe dovuto sottoporsi alle visite è stata individuata come Centro Covid-19 e come tale non può garantire interventi se non quelli di emergenza/urgenza. Era dunque necessario “individuare altre strutture ospedaliere” per curare il detenuto.

I successivi certificati medici, richiesti dal tribunale al fine di valutare la consistenza della patologia e la possibilità̀ di cura, danno atto dell’impossibilità di proseguire l’iter diagnostico e terapeutico proprio a causa dell’emergenza Covid- 19. Il 9 aprile, infatti, il tribunale di Sorveglianza chiede al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di verificare l’eventuale possibilità̀ di trasferimento “in altro Istituto penitenziario attrezzato per quel trattamento o prossimo a struttura di cura nella quale poter svolgere i richiesti esami diagnostici e le successive cure”. Il DAP non risponde. “Dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non è giunta risposta alcuna “, scrive il giudice nel provvedimento firmato il 23 aprile. Ora il Dap parla di una comunicazione al Tribunale di Sorveglianza, con almeno tre mail, di cui l’ultima lo stesso 23 aprile. Solo nelle scorse ore sarebbe arrivata qualche informazione su possibili altri penitenziari in grado di accogliere Zagaria, e sottoporlo alle terapie di cui ha bisogno. Troppo tardi ormai. “Dai successivi approfondimenti richiesti da questo Tribunale, e posti in essere con scrupolo meticoloso dal presidio sanitario della Casa Circondariale di Sassari, è emerso che in Sardegna non vi è possibilità di svolgimento della terapia in ambiente carcerario, né in regime di art. 11 (arresti ospedalieri),dal momento che i reparti sono stati adattati a Centri Covid-19″, spiega il magistrato. Ripetendo ancora una volta di aver chiesto al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria se fosse possibile individuare altra struttura penitenziaria sul territorio nazionale ove effettuare il follow-up diagnostico e terapeutico, ma, come detto, non è pervenuta alcuna risposta, neppure interlocutoria“. Per questo motivo il tribunale di Sorveglianza si trova costretto a concludere che “allo stato il detenuto si trova affetto da una patologia grave e soggetto alla necessità di un iter diagnostico e terapeutico che viene definito indifferibile, ma che al momento non è possibile effettuare. Lasciare il detenuto in tali condizioni, pertanto, equivarrebbe esporlo al rischio di progressione di una malattia potenzialmente letale in totale spregio del diritto alla salute”.

Non solo questo convince il tribunale di Sassari a concedere a Zagaria i domiciliari. Zagaria ha meno di 70 anni ma le sue patologie sono incluse in quella circolare. In particolare Pasquale Zagaria, oltre a trovarsi di fronte all’impossibilità di ricevere le cure necessarie per la sua patologia, si trova anche esposto al rischio di contrarre la patologia Sars-Cov-2 in forme gravi (circostanza che ha anche impedito in maniera assoluta ogni ipotesi di ricovero negli ospedali). E qui il giudice espone un parere sul 41 bis che è assolutamente opposto a quello formulato dal magistrato di Milano sul caso del boss di Cosa nostra Nitto Santapaola: “Sotto questo profilo occorre rilevare che ,benché il detenuto sia sottoposto a regime differenziato e dunque allocato in cella singola, ben potrebbe essere esposto a contagio in tutti i casi di contatto con personale della polizia penitenziaria e degli staff civili che ogni giorno entrano ed escono dal carcere”. E quindi Pasquale “Bin Laden” Zagaria può tornare ad abbracciare la moglie. “Gli aspetti che legittimano l’adozione del provvedimento di differimento sono duplici: l’esistenza di una malattia grave e necessitante cure che non possono essere effettuate nel circuito penitenziario, con concreta esposizione a un pericolo di esito letale; la sussistenza di rischio di gravi complicanza in caso di contrazione del virus Sars-Cov-19“.

Il provvedimento affronta anche un quesito fondamentale: quello del bilanciamento tra il diritto alla salute del detenuto e l’interesse pubblico aIla sicurezza sociale. È più pericoloso tenere in carcere il detenuto Zagaria, senza la possibilità di poterlo curare in breve tempo? O fare uscire il fratello del boss dei Casalesi? Una domanda fondamentale visto che il giudice cita esplicitamente “la caratura criminale del detenuto soggetto a regime diffenziato“. E qui il magistrato riporta un parere della corte d’appello di Napoli, secondo la quale “il prolungato periodo di detenzione, posto in correlazione con la circostanza che il detenuto si costituì spontaneamente in carcere e nel corso del processo penale, rese confessione in ordine a gran parte dei reati contestati, condotta che rappresenta un inequivocabile sintomo di iniziale ravvedimento, inducono ad escludere la concreta operatività della presunzione di perdurante al momento della formulazione del giudizio”. Insomma: siccome Zagaria è in carcere da 13 anni ,non ha più contatti col suo clan. In più si era costituito da solo, quindi è praticamente pentito delle azioni compiute. Ma allora perché non si pentito sul serio, diventando un collaboratore di giustizia? Di sicuro, però, Zagaria ha fatto una buona impressione al giudice durante il procedimento. In che modo? “Lo stesso detenuto – si legge nel provvedimento – ha mostrato interesse esclusivamente per soluzioni di cura, anche in altri istituti penitenziari, e non univocamente per soluzioni extramurarie”. In pratica il boss non ha insistito più di tanto per tornare a casa, ma gli sarebbe bastato ottenere il trasferimento in un penitenziario attrezzato per sottoporlo alle terapie necessarie. Così non è stato: per curarsi senza rischiare il contagio, Pasquale “Bin Laden” Zagaria potrà andare ai domiciliari.

Caso Bonura

Stessa sorte per il luogotenente di Bernardo Provenzano: Francesco Bonura. Scarcerato poco prima, Bonura ha ottenuto i domiciliari con il provvedimento del 20 aprile. In un documento di tre pagine il giudice, dopo aver spiegato che Bonura sta finendo di scontare una condanna a 18 anni e 8 mesi per associazione mafiosa ed estorsione (fine pena: 12 marzo 2021), elenca alcune patologie del detenuto, che nel 2013 è stato operato per un tumore al colon e soffre ipertensione arteriosa. I dettagli del quadro clinico del boss sono contenuti in una relazione sanitaria del 7 aprile 2020. “In considerazione dell’età avanzata del soggetto e della presenza di importanti problematiche di salute, con particolare riguardo alle patologie di natura oncologica e cardiaca, vi siano nell’attualità̀ i presupposti per il differimento facoltativo dell’esecuzione della pena”, scrive il magistrato, spiegando perché sta consentendo a Bonura di tornare nella sua casa di Palermo. Poi però cita il particolare momento che sta attraversando il Paese: “Anche tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio, indubbiamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse “. Quindi dopo aver citato l’epidemia, il giudice metteva nero su bianco: “Siffatta situazione autorizza il magistrato a provvedere con urgenza al differimento dell’esecuzione pena“.

Da quello che risulta Bonura è stato scarcerato sulla base delle norme ordinarie e non grazie a leggi speciali varate dall’Esecutivo per combattere il contagio nelle carceri. Ma è anche vero che il magistrato ha valutato l’emergenza come elemento fondamentale per la concessione dei domiciliari. Come mai, visto che il governo ha escluso i mafiosi da quel beneficio? Nel decreto Cura Italia l’esecutivo ha stabilito che per diminuire l’affollamento dei penitenziari i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, potevano farlo agli arresti domiciliari. Una norma, dunque, che escludeva i mafiosi. Il 21 marzo del 2020, però, il Dipartimento amministrazione penitenziaria ha inviato una circolare per chiedere alle varie carceri di stilare una lista dei detenuti over 70 e con alcune patologie e di fornirla “con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza”. Che determinazioni? Quella nota ha mandato in fibrillazione gli ambienti giudiziari legati alla gestione carceraria. Il motivo? Non fa distinzione fra i detenuti, e quindi include in quegli elenchi di ultrasettantenni anche i circa 75 carcerati in regime di 41 bis e le migliaia che invece stanno nei reparti ad Alta sicurezza. Cioè il carcere duro dove sono reclusi boss mafiosi e stragisti.

Quanto accaduto a Zagaria e Bonura ha portato nell’occhio del ciclone Francesco Basentini, capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). Un terremoto scatenato dalle scarcerazioni in seguito all’emergenza coronavirus, per alleggerire le carceri, che hanno fatto sfiorare gli arresti domiciliari a Raffaele Cutolo, boss della Nuova camorra organizzata. Nel caso Zagaria, secondo Basentini, mancavano posti nella struttura dell’ospedale di Sassari, ormai riservata a pazienti affetti da Covid-19, ma non c’erano più nemmeno le condizioni per tenerlo in cella. La scarcerazione di Zagaria ha scatenato polemiche: in primis da parte dei magistrati che avevano catturato e fatto condannare l’esponente dei Casalesi, seguiti dalle associazioni anticamorra e dalle opposizioni.

Casi e circostanze che hanno scosso, non poco, la nostra comunità ed in particolare il mondo giuridico. Sono state settimane di discussioni e scontri come mostrato in alcune trasmissioni con accuse dirette quasi a voler dubitare della professionalità e della preparazione di chi quel lavoro lo fa da anni in maniera impeccabile. Tutti alla ricerca di un colpevole. Alla ricerca, soprattutto, del perché sia stata possibile la scarcerazione di soggetti che oggettivamente non possono essere considerati detenuti “ordinari”. A farne le spese è stato il capo del Dap Francesco Basentini, al quale tutt’oggi si chiedono spiegazioni. Crediamo che in poche circostanze l’indignazione popolare sia stata così efficace. Come riportato da alcune associazioni antimafia, anche noi crediamo nell’hashtag #eranosemi, in riferimento a tutti coloro che sono morti in difesa dei diritti e delle libertà che le mafie volevano portarci via. Con le nomine dei magistrati Petralia e Tartaglia ci auguriamo che il lavoro possa continuare in totale trasparenza e nel pieno rispetto di quelle che sono le leggi italiane e gli uomini che da esse sono protetti.

Arturo Massimo e Gennaro Fedele

Fonti:

Il Fatto Quotidiano

Repubblica

Corriere Roma

Il Foglio.it

SkyTg24